San Siro: Non si vende l'anima di una città
San Siro: Non si vende l'anima di una città
Lasciatemi dire una cosa, chiara e tonda: la discussione sulla demolizione di San Siro non è una questione di mattoni, cemento o posti a sedere. È una battaglia per l'anima di Milano. E io, da milanese di vecchia data, mi schiero fermamente contro questo scempio annunciato. Siamo davvero diventati una città così avida da preferire un anonimo contenitore di vetro e acciaio alla nostra cattedrale del calcio, al nostro tempio di memorie collettive? La risposta, purtroppo, sembra essere sì, e fa male.
Non è uno stadio, è un palinsesto della vita
Quando parlo di San Siro, non parlo solo delle domeniche di Serie A. Parlo del profumo di erba bagnata e panini con la salamella che ti accoglieva da bambino, tenuto per mano da tuo padre. Parlo degli echi che sembrano ancora riecheggiare i cori di "Milan, Milan" o "C'è solo l'Inter". Quelle scale a chiocciola, quelle torri, quella architettura brutale eppure così piena di carattere, raccontano una storia che un progetto ipertecnologico e "sostenibile" non potrà mai scrivere. Vogliono venderci l'idea del progresso, ma cos'è il progresso se non sa onorare il proprio passato? Sostituire San Siro è come voler riscrivere un capitolo fondamentale del romanzo di Milano, strappando via le pagine più vissute e piene di annotazioni a margine.
La falsa retorica del "nuovo"
I sostenitori del nuovo stadio ci martellano con argomenti economici: maggiori ricavi, strutture all'avanguardia, esperienza "premium" per il tifoso. Ma permettetemi di essere cinico: è tutta una questione di soldi. Si parla di un business da centinaia di milioni, di naming rights, di shopping center. Si vuole trasformare l'esperienza del tifoso da passione popolare a prodotto di lusso, confezionato e sterilizzato. Dove finirà il vecchio tifoso con la sciarpa sudicia e la voce roca, in questo paradiso di suite e ristoranti gourmet? Sarà relegato in un angolo, perché non abbastanza redditizio? Questo non è progresso, è tradimento. È la logica del profitto che schiaccia la logica del cuore e della comunità. Milano rischia di diventare una città-museo per turisti, perdendo i suoi luoghi autenticamente vissuti.
Un'eredità che non ci appartiene (da distruggere)
E qui arriva il punto cruciale: San Siro non è di proprietà delle due società, non è solo dei tifosi di oggi. È un'eredità che abbiamo ricevuto dalle generazioni passate e che abbiamo il dovere morale di custodire per quelle future. Demolirlo è un atto di profonda arroganza. È come se decidessimo di abbattere il Duomo perché è scomodo da gestire turisticamente o perché le sue guglie non sono efficienti dal punto di vista energetico. Assurdo, vero? Eppure il principio è lo stesso. Ci sono modi per ammodernare, per adattare, per salvare. Basterebbe la volontà. Ma quando gli interessi immobiliari parlano più forte della storia, l'ascolto diventa difficile.
La mia Milano non alza le spalle
Conosco le obiezioni: "È vecchio", "Serve più comfort", "I tempi cambiano". Ma la mia Milano, quella che amo, non è una che alza le spalle di fronte alle sfide. È una città che innova preservando, che guarda avanti senza dimenticare da dove viene. La vera sfida non sarebbe costruire un nuovo stadio in periferia, ma reinventare San Siro, renderlo sicuro, accessibile e vivo sette giorni su sette, mantenendo intatta la sua anima. Sarebbe un'opera di ingegno degna di questa città. Scegliere la via più facile, la tabula rasa, è un'ammissione di sconfitta culturale.
Allora, alla fine, la domanda è questa: che città vogliamo essere? Un agglomerato di progetti faraonici e senz'anima, o una comunità che sa dare valore alla sua storia, anche quando è scomoda, rumorosa e piena di cicatrici? Io scelgo San Siro. Con tutta la sua imperfezione, con tutto il suo caos, con tutta la sua gloria. Perché demolirlo non significherebbe solo perdere uno stadio. Significherebbe perdere un pezzo di noi. E su questo, non transigo.