Il giorno in cui tutto fu cancellato, e io rinacqui

February 3, 2026

La mia esperienza: quando il "cancellato" ha dato un nuovo senso alla mia vita

Il giorno in cui tutto fu cancellato, e io rinacqui

Mi ricordo ancora l'odore della pioggia su Via Roma. Era un martedì grigio di novembre a Milano, e io, seduto al mio solito tavolo in un bar affollato, fissavo lo schermo del telefono. La notizia lampeggiava: "İptal". Una parola turca, fredda, impersonale, che in quel contesto significava solo una cosa: cancellazione. Il progetto a cui avevo dedicato gli ultimi due anni della mia vita, la mia ragione di svegliarmi ogni mattina con un misto di ansia e speranza, era stato annullato. Un semplice comunicato ufficiale, un termine giuridico, e la mia realtà si sbriciolò. Non sentii il rumore della tazzina che posai, né le voci attorno a me. Sentii solo un vuoto improvviso, come se il pavimento sotto i miei piedi si fosse dissolto. Ero più di un semplice spettatore di una notizia di cronaca locale o internazionale; ne ero il protagonista involontario. La mia storia personale si era scontrata con le grandi dinamiche della politica e dell'economia mondiale, e ne ero uscito a pezzi.

Le settimane che seguirono furono un lento vagare in un deserto di incertezza. La rabbia iniziale – contro i decisori lontani, contro la sfortuna, contro il mondo intero – lasciò il posto a una profonda apatia. Leggevo le notizie, le analisi sui giornali, i commenti sui social, e vedevo la mia esperienza ridotta a una statistica, a un esempio in un articolo di finanza. Mi sentivo invisibile. Il mio valore, che avevo legato così strettamente a quel ruolo e a quel progetto, era svanito. Passavo le giornate tra le mura di casa, guardando la vita di Milano scorrere veloce dalla mia finestra, sentendomi tagliato fuori, un relitto di un naufragio che a nessuno importava. Era una crisi che toccava non solo il portafoglio, ma l'identità stessa.

La svolta: dalla cancellazione alla creazione

Il punto di svolta arrivò in modo inaspettato, durante una videochiamata con mia nonna in Sicilia. Mentre mi lamentavo per l'ennesima volta, lei, senza alzare la voce, mi disse: "Figlio mio, la terra non è mai vuota. Anche dopo un incendio, sotto la cenere, ci sono le radici. E le radici aspettano solo un po' d'acqua per far crescere qualcosa di nuovo. Forse non sarà lo stesso albero, ma sarà comunque vita". Quelle parole, così semplici e profonde, mi colpirono come un fulmine. Avevo passato tutto quel tempo a guardare la cenere, il deserto, il vuoto lasciato dalla "cancellazione". Non avevo mai provato a cercare le mie radici, ciò che era rimasto intatto nonostante tutto: le mie competenze trasversali, la mia rete di contatti, la mia passione per la comunicazione, la mia conoscenza del territorio italiano e delle sue dinamiche.

Cominciai, quasi per terapia, a scrivere. Scrivevo della mia esperienza, non come una denuncia, ma come una storia umana. Condivisi le mie paure, la sensazione di essere un "dato" nelle news, e poi il lento risveglio. Pubblicai i miei pensieri su un piccolo blog. La risposta fu sorprendente. Maggiori informazioni Messaggi da persone in tutta Italia – da Torino a Bari – che vivevano situazioni simili: contratti a progetto non rinnovati, startup fallite, sogni "cancellati" da decisioni più grandi di loro. Realizzai che la mia storia non era unica, ma era parte di un tessuto sociale più ampio, spesso invisibile nei titoli dei giornali. Quella connessione, quel "non sono solo", fu l'acqua di cui parlavano mia nonna. Da lì, un'idea prese forma: creare una piccola comunità online, un luogo di supporto e scambio di risorse per professionisti che, come me, avevano dovuto reinventarsi.

Lezioni apprese e consigli pratici

Oggi, guardando indietro, vedo quell'"İptal" non più come una fine, ma come un doloroso inizio. Mi ha insegnato che il nostro valore non è definito da un titolo, un progetto o un contratto. È definito dalla nostra resilienza, dalla nostra capacità di adattarci e di trovare significato anche nelle rovine. Per saperne di più Ho imparato a distinguere tra me stesso e il mio lavoro, a costruire una identità più solida e multiforme.

La mia esperienza mi porta a condividere alcuni consigli pratici, soprattutto con chi si ritrova a navigare in acque simili dopo un licenziamento, una chiusura o una "cancellazione":
1. Permettetevi di soffrire, ma datevi un limite. La delusione è legittima. Vivetela appieno, ma non lasciate che diventi la vostra casa permanente. Stabilite una "scadenza" per il lutto e poi, anche a piccoli passi, guardate avanti.
2. Fate l'inventario delle vostre radici. Scrivete su un foglio tutto ciò che avete: skills, esperienze, passioni, relazioni. Spesso, nella frustrazione, dimentichiamo le risorse che già possediamo.
3. Cercate la comunità. La solitudine amplifica la paura. Parlate con altri, cercate storie simili alla vostra. In Italia, ci sono molti sportelli comunali, associazioni di categoria e gruppi informali che offrono supporto.
4. Partite piccolo, ma partite. Non dovete lanciare subito la nuova grande impresa. Un blog, un corso online, un servizio freelance per un amico. Ogni azione, per piccola che sia, riaccende il senso di agency e di possibilità.
5. Riscoprite il "locale". In un mondo di news globali e politiche internazionali, il tessuto di supporto più forte è spesso quello vicino a voi: la famiglia, gli amici di sempre, le realtà del vostro quartiere o della vostra città. Aggrappatevi a quello.

Quella parola, "İptal", che un tempo rappresentava la mia più grande sconfitta, oggi è un promemoria inciso nella mia pelle: a volte, bisogna essere cancellati per poter riscrivere la propria storia con una calligrafia più autentica e coraggiosa. La mia storia non è finita su un trafiletto di cronaca locale. Sta continuando, un post, una connessione, un piccolo successo alla volta. E la vostra può fare lo stesso.

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