Il Cielo di Carta di Albacete
Il Cielo di Carta di Albacete
Il vento caldo della Mancia sollevava piccoli vortici di polvere rossastra sulla piazza principale di Albacete. Era un pomeriggio di fine estate, e il sole, implacabile, batteva sui muri bianchi delle case. Tra i tavolini di un caffè all'aperto, un uomo sulla sessantina, di nome Mateo, osservava con occhi stanchi il viavai della gente. Teneva tra le dita, con una delicatezza quasi reverenziale, un pezzo di carta piegato in modo intricato. Era un aereo di carta, ma non uno qualunque: aveva le forme slanciate e precise di un caccia da guerra, un ricordo di un'arte che in quella città aveva radici profonde e dolorose.
Mateo era cresciuto ascoltando i racconti di suo nonno, un artigiano del coltello, le famose *navajas* di Albacete. Ma nella sua memoria di bambino, si sovrapponevano alle storie dei laboratori paterni quelle, più sussurrate, di un altro tipo di officina. Era il 1936, e la sua città, apparentemente tranquilla, si era trasformata in un cruciale arsenale per la Repubblica durante la Guerra Civile. Leggi di più Gli aerei di carta che lui costruiva da piccolo, lanciandoli dal balcone, nella fantasia infantile diventavano i caccia Polikarpov I-16, i "mosca", che forse erano stati assemblati o riparati proprio lì, in quegli anni convulsi. Suo padre, un socialista mite, aveva lavorato in segreto in una di quelle officine, un ricordo di cui non parlava mai, ma che aleggiava in casa come un'ombra.
Oggi, Mateo era un insegnante in pensione. La sua passione era la storia locale, ma si scontrava spesso con l'apparente indifferenza dei più giovani e con la complessità di raccontare un passato che divideva ancora. Il conflitto interiore di Mateo era proprio questo: come trasmettere la memoria di una città che era stata un simbolo di resistenza e, al tempo stesso, un luogo di produzione bellica, senza ridurla a una semplice nota a piè di pagina nei libri? La sua Albacete, famosa per i coltelli, il teatro e il moderno aeroporto, portava sotto la superficie una stratificazione storica che pochi sembravano voler esplorare.
La svolta arrivò con sua nipote, Lucia, una studentessa universitaria piena di idee. Per un progetto sulla memoria collettiva, decise di intervistare il nonno. Mentre Mateo parlava, timidamente all'inizio, poi con fiumi di parole trattenute per decenni, di quelle officine segrete, degli operai, della paura e della speranza, Lucia registrava tutto. Ma non si fermò lì. Cominciò a cercare negli archivi, a parlare con altri anziani, a raccogliere fotografie sbiadite e documenti. Link correlati Scoprì che la storia di Albacete durante la guerra non era solo una questione politica o militare; era una storia umana di tecnici, di famiglie, di una comunità stravolta da eventi più grandi di lei.
Insieme, nonno e nipote decisero di organizzare una piccola mostra nel centro culturale della città. Non una celebrazione, ma una narrazione. Accanto a una splendida collezione di *navajas* antiche, posizionarono pannelli con le storie raccolte, le foto delle vecchie officine, e al centro, in una teca di vetro, Mateo pose il suo aereo di carta più perfetto. Sotto di esso, una didascalia semplice: "Albacete, 1936-1939: Le mani che forgiavano il ferro impararono a curare il metallo dei cieli. Per non dimenticare chi eravamo."
Il giorno dell'inaugurazione, la sala si riempì. C'erano giovani curiosi, anziani con gli occhi lucidi che riconoscevano luoghi e nomi, e tante persone comuni. Un signore molto anziano si avvicinò a Mateo e, indicando l'aereo di carta, gli disse con voce roca: "Mio padre lavorava alla fonderia. Diceva che il rumore dei motori in prova non lo abbandonò mai." In quel momento, Mateo capì che il conflitto interiore si era sciolto. Non serviva imporre la memoria, bastava offrirla, come un oggetto fragile e prezioso, perché la comunità potesse riconoscersi in essa.
Ora, quando il vento attraversa Albacete, non porta solo il profumo della terra e il rumore del progresso. Porta con sé, per chi sa ascoltare, l'eco sommesso di storie che parlano di resilienza, di arte trasformata dalla necessità, e di come una città possa custodire nel suo cuore strati di storia, dalla lama di un coltello all'ala di un aereo, senza che l'uno cancelli l'altro. Mateo, seduto al caffè, lancia il suo aereo di carta verso il cielo azzurro della Mancia. Vola leggero, un ponte di memoria tra ieri e oggi, nella città che non dimentica.